Disbiosi: cos’è e come diagnosticarla

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Disbiosi: cos’è e come diagnosticarla

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Oggi parliamo di un argomento sempre più al centro dell’attenzione scientifica e clinica: la disbiosi intestinale. Se avete mai sentito parlare di “secondo cervello” in riferimento all’intestino, saprete già quanto sia cruciale il suo ruolo per la nostra salute generale. Ma cosa succede quando questo equilibrio si spezza?

Cos’è la disbiosi intestinale?

Il nostro corpo ospita miliardi di microrganismi – batteri, virus, funghi – che collettivamente formano il nostro microbiota. Questi “inquilini” non sono semplici passeggeri, ma veri e propri collaboratori che influenzano ogni aspetto della nostra fisiologia e salute. L’intestino, in particolare, è un ecosistema complesso, spesso definito un “organo invisibile” o “organo virtuale”, dove diverse comunità microbiche lavorano insieme per svolgere funzioni metaboliche cruciali.

La disbiosi è un squilibrio nella composizione o funzione del microbiota. Quando si verifica a livello intestinale, significa che i batteri “cattivi” o potenzialmente patogeni prendono il sopravvento su quelli benefici. Questo squilibrio può manifestarsi in tre modi principali:

  1. Perdita di batteri benefici.
  2. Sovracrescita di batteri potenzialmente patogeni.
  3. Perdita della diversità batterica complessiva.

Una ridotta diversità microbica è spesso associata a un peggioramento della salute umana.

Fattori di rischio per la disbiosi intestinale

Molti fattori, sia modificabili che non modificabili, possono contribuire all’alterazione del delicato equilibrio del nostro microbioma.

Fattori di rischio modificabili:

  • Dieta: È il fattore più importante che influenza la flora microbica:

– Cibi ultra-processati e additivi alimentari: ricchi di zuccheri, grassi e sale, e poveri di fibre, possono promuovere un ambiente microbico pro-infiammatorio e ridurre la diversità microbica. Diete occidentali (ricche di grassi animali e proteine, povere di fibre) sono associate a una riduzione della diversità microbica.

– Diete specifiche: la dieta chetogenica (basso apporto di carboidrati) può avere impatti sia positivi che negativi sulla variabilità batterica. Le diete senza glutine, sebbene necessarie per la celiachia, possono ridurre i batteri benefici come Bifidobacterium e Lactobacillus in individui sani.

  • Farmaci:

– Antibiotici: riducono la diversità delle specie del microbiota intestinale, alterando gli equilibri metabolici e contribuendo allo sviluppo di condizioni a lungo termine come obesità, asma e malattie infiammatorie intestinali (IBD). Anche una singola esposizione, in particolare con antibiotici a largo spettro, può avere effetti duraturi.

– Inibitori di pompa protonica (PPI): usati per il reflusso gastroesofageo, possono ridurre la diversità alfa del microbiota e aumentare generi come Enterococcus, Streptococcus e Staphylococcus.

– Antipsicotici, FANS, oppioidi e statine: anche questi farmaci possono influenzare la composizione del microbiota intestinale, causando cambiamenti nella diversità batterica e influenzando le funzioni metaboliche.

  • Stile di vita:

– Alcool e fumo: il consumo eccessivo di alcool e il fumo (inclusa la nicotina) possono alterare la composizione del microbioma, ridurre l’integrità della barriera intestinale e promuovere la disbiosi.

– Stress cronico e ansia: indeboliscono il sistema immunitario e possono alterare la composizione batterica dell’intestino.

– Sedentarietà: uno stile di vita meno attivo è associato a minore diversità microbica e più specie batteriche legate a malattie.

– Cattiva igiene orale: permette la crescita incontrollata di batteri nella bocca, correlata a malattie sistemiche.

– Sonno insufficiente: le interruzioni del sonno possono influenzare negativamente il microbioma intestinale.

– Sesso non protetto: può esporre a batteri nocivi e alterare il microbioma.

Fattori di rischio non modificabili:

  • Fattori genetici: studi sui gemelli hanno mostrato somiglianze nel microbiota intestinale, suggerendo un’influenza del genotipo sulla diversità microbica.
  • Modalità di nascita: nascita tramite taglio cesareo è stata collegata alla disbiosi nei neonati.
  • Allattamento: l’alimentazione artificiale rispetto all’allattamento al seno è stata associata alla disbiosi nei neonati.

Sintomi comuni della disbiosi

I sintomi della disbiosi dipendono dalla parte del corpo interessata e dal tipo di batteri squilibrati. Quelli intestinali sono i più comuni:

  • Problemi digestivi: Alitosi, flatulenza frequente, gonfiore, intolleranze alimentari, crampi addominali, diarrea e/o stitichezza, muco nelle feci, indigestione, nausea.
  • Sintomi sistemici: Prurito vaginale o rettale, condizioni cutanee (eczema, psoriasi, acne), affaticamento, difficoltà di concentrazione, sintomi dell’umore come depressione o ansia, mal di testa, problemi di memoria, insonnia, ritenzione idrica, difficoltà nel dimagrimento, malattie autoimmuni.

Test diagnostici per la disbiosi

La diagnosi della disbiosi non avviene tramite esami del sangue standard o endoscopie. Tuttavia, esistono diverse metodologie per valutarla, sebbene non esista un unico “gold standard” e la definizione di un “microbiota ideale” sia ancora oggetto di studio.

Ecco alcuni dei test più comuni e promettenti:

  1. Test delle urine (Indicano e Scatolo): questo è un test semplice e non invasivo che misura due metaboliti del triptofano, l’indicano e lo scatolo, nelle urine.

– Livelli elevati di indicano urinario suggeriscono disbiosi nell’intestino tenue.

– Livelli elevati di scatolo indicano disbiosi nell’intestino crasso (colon).

– Se entrambi i valori sono alti, la disbiosi riguarda entrambi i tratti intestinali.

  1. Analisi Completa delle Feci (CDSA – Comprehensive Digestive Stool Analysis): questo test esamina l’equilibrio complessivo dei batteri, la presenza di lieviti e funghi, e può determinare il rapporto tra Firmicutes e Bacteroidetes. Include anche l’analisi di metaboliti microbici come gli acidi grassi a catena corta (SCFA).
  2. Test del Respiro (Idrogeno e Metano): dopo aver ingerito una soluzione di zuccheri (come il lattulosio), si misurano i gas prodotti dai batteri nell’intestino. Un aumento rapido e costante di idrogeno e metano può indicare una sovracrescita batterica nell’intestino tenue (SIBO) o uno squilibrio microbico.
  3. Test di Permeabilità Intestinale (Mannitolo-Lattulosio): questo test valuta l’integrità della barriera intestinale. Dopo l’assunzione di mannitolo e lattulosio, livelli elevati di queste sostanze nelle urine possono indicare una “leaky gut” (sindrome dell’intestino permeabile), spesso associata a disbiosi e infiammazione.
  4. Indici di Disbiosi e Analisi della Diversità Microbica: questi metodi, spesso basati sul sequenziamento del DNA da campioni fecali, quantificano le alterazioni della comunità microbica.
  5. Biomarcatori Derivati dal Microbiota: La misurazione di metaboliti specifici prodotti dal microbiota può fornire indicazioni sulla disbiosi. Esempi includono gli acidi grassi a catena corta (SCFA), il trimetilammina-N-ossido (TMAO) associato a malattie cardiovascolari, e i metaboliti del triptofano, importanti per la funzione gastrointestinale e la regolazione immunitaria.
  6. Microbiome Health Index (MHI): Sviluppato per diagnosticare la disbiosi post-antibiotica e il ripristino del microbiota.

In conclusione la disbiosi intestinale è una condizione complessa che può avere un impatto profondo sulla nostra salute, manifestandosi con una vasta gamma di sintomi gastrointestinali e sistemici. Sebbene la ricerca sia ancora nelle sue fasi iniziali e la definizione di un microbioma “sano” sia sfuggente, la comprensione dei fattori di rischio e l’utilizzo dei test diagnostici disponibili sono passi fondamentali per identificare e affrontare questo squilibrio.

Modifiche alla dieta e allo stile di vita, come l’adozione di una dieta ricca di fibre vegetali e cibi fermentati, l’evitare cibi ultra-processati e l’abuso di alcool e farmaci, insieme alla gestione dello stress e all’esercizio fisico, sono interventi chiave per ripristinare un microbioma sano e migliorare il benessere generale.

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Diego De Carolis - Nutrizione & Performance
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